Nell’età della frana, oltre la tradizione del sacrificio - Alessio Ammannati
Da più di tre decenni, quelli dell’età della frana del Novecento e dell’inizio del secolo odierno, autorevoli dirigenti della sinistra ci hanno abituati, nei momenti topici, ad un invito pressante per una politica di duri sacrifici dei ceti popolari in funzione dell’interesse generale. Basti rimembrare la politica dell’Eur di Luciano Lama e il centrosinistra degli anni ’90.
Nell’Italia della recessione, adesso, dobbiamo accantonare i propositi di una giusta riforma delle pensioni, di una legge sui patrimoni e di una redistribuzione fiscale perché il più grande partito del centrosinistra, in grandissima sofferenza, si appresta a rinnovare, in condizioni sociali durissime, quella tradizione ultratrentennale?
Mi permetto qualche dubbio e di pensare che è necessario, se la sinistra e il centrosinistra vogliono tutelare le classi subalterne ed i ceti medi, rompere quella caduca consuetudine, così ben rappresentata dal pianto di tensione della ministra Fornero. Un pianto nervoso perché l’esponente del governo sa bene cosa sta combinando rispetto alla vita di milioni di cittadini. Così come contesto l’influenza di quell’Eugenio Scalfari che parla di insopportabile privilegio dei probabili ex pensionandi col sistema retributivo, ed a cui è opportuno chiedere l’importo della sua pensione, certamente retributiva.
E mi si conceda pure un rilievo all’assessore comunale milanese di SEL, così tranquilla, in TV, nell’accentuare il divario previdenziale tra giovani e “vecchi” lavoratori, perché lei – a suo dire – ha già il contributivo, senza dispiacersi più di tanto per i molti che in questi giorni vedono cambiare, in modo sostanziale, la loro prospettiva previdenziale, costruita da decenni di pesante vita lavorativa. Il che la dice lunga sul disorientamento della sinistra e sulla frattura generazionale sviluppatasi in Italia.
Ricomporre la frattura generazionale
Sul sistema previdenziale, per non marcare ancor di più una divisione di generazioni, è conveniente segnalare il fatto che l’ impianto contributivo attuale non funziona. Il criterio della riforma Dini, insomma, è ormai focalizzato dalle menti più avvedute come uno degli strumenti di impoverimento delle future generazioni. E per questo, da almeno un lustro, ci si propone di correggerlo, introducendo una soglia minima del sessanta per cento di copertura pensionistica del reddito percepito, da sviluppare con una più giusta previdenza integrativa.
Al contempo, proprio per tentare di rompere una separazione vecchi/giovani, è importante battersi per mantenere il limite dei quaranta anni di pensione di anzianità o anticipata, anche perché vorrei vedere quando i giovani potranno entrare nel mondo del lavoro se i padri dovranno lavorare fino a sessantasette anni, malconci e marginalizzati in azienda.
Non solo. Non penso che si debba abolire l’idea di una possibilità, per chi lo desidera di andare, in pensione a sessantasette anni. Solo che tale eventualità ha da essere creata con incentivi e non penalizzando. E perché non pensare al documento di stato previdenziale e proiezione dell’entità mensile della futura pensione secondo i contributi versati in tempo reale, che l’Inps potrebbe inviare obbligatoriamente ai lavoratori ogni anno, come avviene nel Nord Europa con il cosiddetto cedolino arancione per informare i lavoratori della loro situazione
In ultimo, non è necessario avviare il contributivo pro rata. Basterebbe prevedere, per coloro vicini alla pensione ancora con il sistema retributivo, con assegno oltre i millequattrocento euro, un contributo di solidarietà, da redistribuire nelle future pensioni dei giovani, e proporzionale all’importo mensile.
Insomma, il nostro cruccio deve essere quello di rompere lo iato formatosi tra generazioni, non assecondando una politica di impoverimento generale, bensì spingendo verso una condizione più avanzata per tutti, a partire, come ovvio, dai più deboli. Il nostro stimolo, dunque, si può sostanziare nel negare quelle pluriennali politiche dei due tempi, che impongono sacrifici in nome della crescita che ridistribuisce dopo, negli anni del mai, come si è verificato in passato.
Un movimento contro la politica dei due tempi, per la giustizia sociale
Oggi si colpiscono ancora le classi più deboli ed i ceti medi con uno scientifico classismo governativo. A questo attacco è bene che SEL risponda facendosi riconoscere come il partito della redistribuzione e della giustizia sociale, aperto e consapevole di essere un po’ transitorio, in vista di una grande sinistra popolare, tutta da costruire per riempire un vuoto di rappresentanza enorme.
Ed in risposta a questa offensiva neocentrista e classista del tutto iniqua, credo sia proficuo cercare una unità, certo dialettica e rispettosa delle proprie autonomie, con tutto il movimento sindacale e professionale che si sta mobilitando per cambiare la linea di Monti. Un movimento che pare riscoprire una autonomia dai propri riferimenti partitici – che esistono sotto traccia – ed un proprio ruolo naturale di mobilitazione, a differenza dei bui anni novanta.
Il peggioramento delle condizioni materiali di tanti lavoratori autonomi e dipendenti, precari e senzalavoro non permette più un semplice ruolo di mediazione sociale. Perciò, a fronte del tentativo di rivoluzione passiva, che le classi dirigenti italiane stanno compiendo in questo drammatico proseguimento dell’età della frana, occorre prendere di petto la questione sociale senza nessuna tentazione di rinchiudersi in se stessi o in un’ottica da nuova sinistra arcobaleno, già risultata fallimentare. Solo un’apertura del genere – credo – potrà aiutare tutto il centrosinistra ad uscire dalla gabbia in cui rischia di morire, assieme alle speranze dei più deboli.



